27 marzo 2020

RIASSUNTO: Il virus non è “il nemico”. Con un’unica slide (un po’ barocca, eppure efficace) andiamo a dimostrare  che il nemico vero si nasconde nel modo con cui lo combattiamo.
Tanto per cominciare: “
combattiamo” è una parola sbagliata. Porta il cuore e la mente nella direzione opposta.

Uffa! Continuiamo a sentir parlare di “la guerra contro il virus”, “i medici in trincea”, “l’invasione”, “il coprifuoco”, “le armi (spuntate, vincenti, segrete…), “il fronte del contagio”…  e ogni sera che bollettino!
Invece di essere clinici sono cinici: economia di guerra, obbedienza agli ordini, soldati per strada, gerarchia di comando, presidio delle trasmissioni TV.
Con la naturale conseguenza, la sospensione dei diritti: siamo in guerra, ragazzi, non potete pretendere la stessa democrazia che c’è in tempi normali!

Chi sceglie la metafora,
ha il potere sulle tue opinioni

Noi della rete Smarketing ci occupiamo di comunicazione per mestiere.
Nel nostro piccolo, studiamo da decenni che il cervello ragiona in modo diverso a seconda delle metafore che si usano per descrivere una situazione.

Esempio: il tuo amore ti lascia; sei confuso, frustrato, hai bisogno di capire e ricostruirti.  Se ti viene proposta una metafora (ad es. una valanga che ti travolge) oppure un’altra ( sei un baco nella crisalide, la metamorfosi è in atto) il tuo modo di sentire, capire e reagire sarà molto diverso.

Vale anche per le grandi metafore di un popolo; se credete che i soldi, l’occupazione, il welfare siano importanti per la politica, avete ragione ma il controllo delle metafore viene prima, è più importante perché decide chi decide e come decide su tutto il resto.
Raccontare quest’epidemia come una guerra, piuttosto che paragonarla a un’alluvione, alla scalata di una montagna, a un inverno… comporta nella nostra testa processi mentali assolutamente diversi.

C’è una scienza che si occupa di questo uso delle metafore per condizionare le scelte, è esperta, collaudatissima,  ha budget dieci volte superiori a tutte le altre ricerche in atto in tutti i campi medici e biologici: si chiama marketing.
Il marketing è intriso di termini guerreschi, come accenno in questo breve video.

Chiamare “guerra” quest’epidemia è puro marketing.

Non è  una guerra,
se no ci sarebbe subito
qualche generale da fucilare

Chiamare “eroi” in “trincea” i nostri medici e infermieri lasciati senza mascherine e senza guanti davanti a un virus contagiosissimo, è la marca di chi non sa ragionare in modo complesso. Certo che sono eroici, ma quella non è una trincea, o almeno non dovrebbe affatto esserla. Se lo è, allora il nemico è dietro alle spalle, nel nostro quartier generale.
La retorica è la stessa: come migliaia di nostri soldati nella guerra 15-18, mandati con la baionetta a correre contro le mitragliatrici austriache da generali codardi e inetti, ma bravi a glorificarsi.
Come i nostri 60.000 soldati mandati nel 1941 nell’inverno russo con le scarpe di cartone, perché qualche industrialotto intrallazzato col fascismo aveva lucrato sulle forniture.
La retorica è la stessa: i capi ringraziano commossi, con belle frasi pompose, i martiri che hanno mandato al macello. La lacrima, quando si accende la lucina della telecamera, funziona sempre: così ci viene compassione umana per gli assassini e non per le vittime.

No. L’abnegazione di chi si accolla le responsabilità nei reparti pretende altrettanta serietà sulle scrivanie di chi organizza, predispone e pianifica.
I casi di inettitudine sono davvero troppi, se fosse una guerra si chiamerebbe alto tradimento. Invece eccoli tutti in TV a spiegare quello che non capiscono.

Putin

Per un paio di giorni è girata una bufala, che Putin avesse fatto una conferenza stampa durata 2 minuti, dichiarando : … ” Ogni russo scelga: o si chiude in casa per 15 giorni o lo mando per 5 anni in Siberia.”
Lo sapevate già, e avete anche visto che in tanti, sui social, hanno commentato “bravo, è così che si risolvono le cose!”, “ci vuole un capo”, “noi italiani siamo troppo anarchici”, eccetera.
Anche le bufale fanno parte del medesimo marketing.  Questa è l’idea da vendere:“con noi italiani ci vuole la repressione, la responsabilizzazione non basta”.
Perfino la famosa “soffiata” che ha fatto scappare migliaia di meridionali da Milano poche ore prima del lock down, anche quella è marketing: il prevedibile esodo ha dimostrato che noi italiani non siamo seri, che ci vuole un capo forte, eccetera.
Aggiungete pure le peggiori battute sui terroni, e le risposte autoflagellanti di quei meridionali che si sono lasciati attaccare addosso l’etichetta di “mancati-settentrionali” e dicevano “ce le meritiamo”.
Secondo me c’è stata molto calcolo, molta malafede. Le prove che ci sia questa regia perversa? non ne ho nessuna, ma il sistema funziona così: tecnicamente, si chiama “labeling” e consiste nell’appiccicarti un’etichetta addosso, una descrizione.
Siccome la comunicazione passiva somiglia a uno specchio, funziona, basta ripeterlo molte volte e finisce che ti vedi così.
Vendere l’idea “ci vuole un capo forte”, significa inculcare una “cornice mentale”, far funzionare il cervello in una certa maniera. È quello che noi professionisti chiamiamo “framing” . In questo caso il frame è il più diffuso: tu sei un bambino e ci vuole un papà severo ma saggio che ti dica cosa fare. Un re, un generale, un dittatore, insomma un capo.
Postilla: nessun attivista oggi può far politica se non ha capito bene come funziona il framing: basta un’oretta su google.

Serve un capo forte?

Vediamo:
– le gerarchie cinesi inizialmente avevano censurato la questione, finché non gli è scoppiata in mano
– i vari Trump, Boris Johnson, Orban (e anche i nostrani abbaiatori) inizialmente gridavano: tenere aperto! immunità di gregge! il virus viene dai barconi africani, dai messicani, è un’arma batteriologica…! poi ovviamente hanno fatto una svolta a U, di quelle in corsa che lasciano il segno dei pneumatici, perché gli stava scoppiando in mano; ma immaginate se avessero davvero avuto i pieni poteri
– vari capi teocratici (sciiti, sunniti, cristiani integralisti, induisti…) hanno decimato chi si fidava di loro chiamandoli ad adunate di preghiera “perché Dio ci proteggerà”: potenti ma stupidi; e anche bestemmiatori
– qui in Lombardia gli stra-stipendiati tecnocrati messi lì dai politici, quelli che rivendicavano l’autonomia federale dalle inefficienti burocrazie romane: non sono stati capaci di redigere uno straccio di piano d’emergenza, che ce l’ha anche San Marino: si sono trovati perfino a ordinare le mascherine all’ultimo momento: lo hanno fatto con procedura d’acquisto elettronico a fabbriche che erano chiuse da anni, se ne sono accorti dopo molti giorni.
In generale da secoli la retorica del capo forte ha un altro vizio: la selezione è molto darviniana,  fa emergere il più adatto nel contesto sbagliato; quindi fatalmente avremo un capo perfettamente sbagliato per tutte le istanze leali; questo succede anche nelle aziende, nelle associazioni di categoria, nei singoli partiti… hem: anche a sinistra non ne siamo indenni.

Già: le mascherine.

In questa economia consumista, volendo, con pochi click potremmo comprare l’accessorio in tungsteno elicoidale per potenziare le valvole del masturbatore per pesci rossi mancini, recapitato in 24 ore con Amazon Prime a soli € 9,99; ma delle banali mascherine che si fabbricano in grande serie, no: per quelle manca la filiera.
Quest’economia ci da tutto tranne quello che ci serve.
È il contrario di quello che ci dicono: di solito è una guerra e adesso c’è non la pace, ma almeno un armistizio. Mi spiego meglio: Amazon ha abitualmente una logistica simil- militare (e con lei quasi tutto il flusso di merci a ottimizzazione digitale); però adesso il sistema rigido si sgretola in mille piccole falle (qui una cronaca dall’interno).
I cibernetici direbbero che di solito è una “macchina banale” (prevedibile) e improvvisamente comincia a somigliare a qualcosa di vivente, quindi imprevedibile.

La metafora alternativa.

Ci basta un’unica slide.
Scusate, tenderà un po’ al barocco: ma vedrete che ne vale la pena.
Ringraziamo il nostro illustratore, forse lo conoscete già perché ha avuto una certa fama: si chiama Rubens, ha preparato questa slide tra il 1636 e il 1637.
Abbiamo scelto lui perché aveva visto la pestilenza del 1630 (quella dei Promessi Sposi) e anche diverse guerre europee piuttosto cattive (quella dei trent’anni, quella civile inglese…) insomma ne sapeva qualcosa.
La diapositiva è rimasta purtroppo incompiuta da quasi 400 anni a Palazzo Pitti,  Firenze: era praticamente finita, le mancavano solo i numerini.
A questa lacuna abbiamo provveduto noi e adesso finalmente è perfetta per descrivere la situazione del Coronavirus, che sembra nuova, ma nuova non è.

La prima cosa che noterete è che già nel 1636 si raffigurava l’Europa (contrassegnata dal n°1), molto prima della bandiera blu con le stelline. Forse non ci credete, ma nel 1600 essa era messa ancora peggio di ora.
Chi si lamenta dell’UE lo sappia: la condizione dell’Europa può ancora peggiorare parecchio, quindi chi vuol far danno non deve fare neanche troppa fatica.

1, Europa

È vestita di nero lutto, le vesti stracciate, alza le braccia ad un cielo minaccioso dove arrivano nuvole scure.
È messa male, doppiamente: perché è disperata e anche perché noi spettatori le guardiamo la scollatura e nessuno nota la corona.
E infatti la corona la usa sempre male, sente ancora oggi la mentalità delle grandi capitali imperiali che esercitano il potere dal centro alla periferia: Parigi, Berlino, Londra (la prima a cadere).  Le disperate scene che ha davanti le ha permesse, indirettamente causate, facilitate.
Pensate come sarebbe il Mediterraneo delle Primavere se lei le avesse abbracciate, altro che barconi! e come sarebbe l’Est se l’avesse ascoltato con meno spocchia e più autorevolezza, altro che rigurgiti nazisti!… Ma aveva gli occhi sulla calcolatrice, non poteva accorgersene.
Così adesso alza le mani al cielo, le cose brutte succedono e lei non capisce perché. Anche lei ha usato le metafore sbagliate: anche la contabilità è una metafora, molto simile alla guerra. Se pensate che i soldi siano una certezza matematica a partita doppia, oggettiva e precisa, è solo perché dovete ragionare da debitori.
I creditori lo sanno: il denaro è solo un linguaggio coi suoi simboli e le sue grammatiche. Loro possono avere la stessa presunzione che ha un abile scrittore, che può prendersi il diritto di alterare una regola grammaticale, mentre uno studente medio assolutamente no. Ecco: la stessa cosa accade con la sintassi dei numeri, nei bilanci.
E allora ecco la maestrina pedante che ha preteso di insegnare la matematica dei soldi a noi studentini scalpitanti, confondendola con l’uso che dei soldi se ne deve fare. Nella slide la vedete disperata, perché finalmente vede il risultato.

Dietro di lei un putto sogghigna; regge il “globo crucigero”,  una sfera con la croce sopra: simboleggiava il potere cristiano sul pianeta, una strana pretesa arcaica da cui l’Europa non si è ancora liberata.

Chissà, forse pensa: io, il resto del mondo, sono giovane e nudo; non guardo verso l’Europa, guardo negli occhi voi osservatori europei e vi do un appuntamento: ci vedremo fra quindici o vent’anni, quando noi bambini del mondo saremo grandi e voi che non fate più figli, se vi salvate dal virus, morirete di colesterolo, di pressione alta o più semplicemente di noia; chissà se saremo ancora disposti a rischiare l’annegamento sui barconi per venirvi a pagare la pensione. 

2, Venere e Marte

Venere o, se la chiamate in greco, Afrodite: la sua seduzione carnale è perfettamente divina, chi può resistere? Fate l’amore e non la guerra, dice svestita cercando di sedurre Marte.
Ma col dio della guerra non funziona: c’è troppo codazzo di putti, amorini e cupidi: un guerriero dev’essere un pessimo padre, se no come potrebbe ammazzare i figli altrui? Lui non può avere prole, i condottieri possono se mai avere discendenti, stirpe che continua una linea dinastica, non mocciosi piscioni e frignanti che ti guardano come un dio provvisorio con cui giocare.

Lui è già un dio a prescindere, lui non ha bisogno di niente.
I figli, lui, li semina in giro, come fece con quei due gemelli, Romolo e Remo: abbandonati sul Tevere li salvò una lupa, migliore di tanti umani;  poi uno ammazzò l’altro per diventare il primo dei romani, così quando cantiamo Fratelli d’Italia il prototipo del fratello è un fratricida.

Marte, vicino alle polpose nudità di Venere non pare avere alterazioni endocrine, tuttavia gli si erige la spada, che è esattamente lì, al posto della carne: mortifera e terribile anziché fertile e godibile, affilata per separare e uccidere invece di unirsi e sollazzarsi.
È innaturale e antibiologico, nessuno dica che la guerra è nella natura umana: ci saremmo estinti appena scesi dall’albero.
Marte si crede l’emblema della mascolinità, ma ovviamente è un impotente come tutti gli emblemi della retorica: noi li chiamiamo significante senza significato o parole di plastica.
Come il tricolore: non è la patria, è più che altro una stoffa. Se mai la patria sono le zolle, i monumenti, gli spaghetti… Se non c’è la Champion lo sventoliamo per far finta di crederci; come quando l’Italia canta che s’è desta, ma è sul divano che sonnecchia davanti alla TV.
Così in queste settimane abbiamo cantato dai terrazzi “siam pronti alla morte”, ma toccandoci laddove impone l’antica romanissima scaramanzia.

Oppure chiudendo la strofa in coro: siam proonti alla morte, siam pronti anche no.
E giù a ridere insieme tra un balcone e l’altro.
Ridere davanti alla morte, sembra uno scherzo ma è un pezzettino di vera forza.
Giustamente: se oggi un Marte qualsiasi alla fine si voltasse davvero verso una Venere e la guardasse davvero negli occhi, basta: lascerebbe cadere la spada e gli verrebbe dal cuore un  “bella, ciao”.
È quello che avviene in un’altra slide, opera comune dei nostri due art , Rubens e  Brugel. Può Venere disarmare Marte, togliergli l’elmo in modo così dolce?

No! non gli è concesso: Marte dev’essere punito dagli dei e la sua pena è quella stessa spada che apparentemente gli dà forza. Per evitare che faccia l’amore e non la guerra arriva in scena la Pestilenza.

3, La pestilenza

Si mette prima dello scudo, Marte non se ne può difendere.
Eccola, è lei: in questa interpretazione, il Coronavirus.
Con un braccio lo strappa dall’abbraccio sensuale, con l’altro alza la fiamma incendiaria: lei è una delle tre personificazioni della vendetta che i greci chiamavano le Erinni, i romani le Furie.
È nata così: Urano (così si chiamava l’infinito cosmico prima di Einstein) evirò suo figlio Crono (il dio del tempo dell’orologio e delle agende, che come tutti sappiamo si mangia i suoi figli); dal sangue di quella castrazione nacquero le tre terribili sorelle, una delle quali è lei: si chiama Aletto; voi conoscete meglio sua sorella Megera, se non altro per il nome, ma anche Aletto non scherza: nel trio, lei si occupa di pestilenze e carestie, con cui punisce superbia, collera e altri peccati dell’ “io”.
Punisce la vittima infiammandola, il suo fuoco non ha nulla a vedere con quello illuminista che rischiara la ragione, né col focoso erotismo che vorrebbe Venere: al contrario è una furia incontenibile e distruttiva; uno psicoanalista lo chiamerebbe “agìto”, noi profani la chiamiamo incazzatura. È quell’incazzatura esagerata ma sterile che quando si impossessa di te ti fa fare male agli altri e anche a te stesso.
È’ il fuoco dell’incendio che si propaga, è il contagio.

Bravi: state per dire “fuochino fuochino”, stiamo arrivando al dunque: se frequentate Facebook questa fiamma la vedete ogni giorno. Succede esattamente quando reagiamo prima di pensare. Un post ci infiamma e subito noi partiamo incendiati dalla Furia, senza controllare che quel post sia vero, senza neanche leggerlo bene. E lo propaghiamo: l’abbiamo chiamata “viralità”, buffo, eh?
Abbiamo usato il virus come metafora di una cosa che ci capita tutti i giorni da vent’anni e adesso facciamo fatica a fare il processo inverso: a dire che il virus biologico somiglia a quello comunicazionale. 
Ci interessa molto, quest’antipatica signora, che ci incendia con entrambe le viralità; tra le antiche divinità è forse la più venerata nei nostri tempi, anche se inconsapevolmente.
È lei che dobbiamo conoscere. Studiarla bene, capirne il funzionamento.
Certo se fossimo Marte sarebbe più eccitante conoscere Venere, più utile far ragionare Europa e più bello incontrare la Musica, la Carità e l’Architettura, che vedremo fra poco. Ma il vero personaggio della slide è lei, che sembra più spaventata di tutti perché lei è la paura.
Lei non porta nessuna guerra: lei desidera che pensiamo in modo guerresco perché così restiamo indifesi, per poterci punire della nostra presunzione.

Non è una guerra, è una pace rifiutata

Infatti Marte davanti a sé non ha nemici umani. Non c’è alcun esercito avverso, neanche un soldatino. Ci sono mostri nelle nebbie, dove va il fumo della fiaccola ci sono la carestia e la peste: contro loro la spada nulla può.
Nessuna guerra vera, nessun nemico da ammazzare, il vero avversario è subdolo, sfumato. È uno sfondo sfocato, indistinto, incombente eppure assente.
Erasmo da Rotterdam scrisse mezzo millennio fa (ma sembra scritto stamattina) il Lamento della Pace:
Contro gli scellerati
ci si adira, ma i travolti dalla furia possono essere solo compianti. E sommo motivo per compiangerli è il vedere che non si compiangono da sé; la loro somma sventura è non avvertire quanto siano sventurati, giacché il riconoscimento della gravità del proprio male è già un primo passo verso la guarigione.

4, Le Arti e la Carità calpestate

Il piede destro calpesta i libri: la saggezza, il sapere, l’arte di testimoniare quello che succede.
La suonatrice tenta di proteggere il suo fragile e prezioso liuto col suo corpo; in mano stringe gli spartiti della musica interrotta.
L’architetto (oggi sarebbe un maker in qualche fab-lab) è già crollato, forse ferito dal maschio alfa,  ma mantiene alzato il suo compasso in mano, che rappresenta la capacità di misurare, progettare, pianificare, prevedere.


La Carità schiacciata abbraccia un bambino, simbolo di tutti coloro che tentano di proteggere i figli da guerreschi padri, padrini e padroni. Icona di mille guerre, fughe, naufragi.

Sotto ai piedi di Europa giace calpestato e abbandonato il simbolo della medicina: è quell’asta con i due serpenti che vedete in ogni farmacia.
L’ha lasciata dimenticata Mercurio, è sua, ma lui ha le ali ai piedi e chissà dov’è adesso, lui che rappresenta il sapersi muovere,  il commercio, … e anche la furbizia dei ladri.
Di fianco, sempre a terra, le frecce di Cupido, quelle che dovrebbero infiammare gli innamoramenti. Cupido è appunto il figlio di Venere e Mercurio: ora non vola, la faretra è a terra e lui si aggrappa a una coscia della madre.

Morale: il virus non è il nemico

Non ha un’artiglieria, truppe d’assalto, copertura areonautica. È piccolo.
Piccolissimo. Non gli puoi sparare.
E allora diciamolo in un’altra maniera, non è una guerra.
Anche perché  noi italiani siamo per la prima volta in pace da un po’ di decenni, non era mai successo prima nella storia di non sapere direttamente cos’è la guerra
Speriamo di non ri-impararlo presto.
Lui si nasconde nelle goccioline degli starnuti di 5 micron, significa che dovremmo metterne 200000 in fila per fare un millimetro.
Aletto vuole aizzare Marte a pensare in modo militare. Lo fa per far vincere la pestilenza. Aizza da millenni Marte a calpestare le arti, le scienze, la cura reciproca, la capacità di progettare.
La domanda ricorre, ed è sempre la stessa: quanti reparti di terapia intensiva avremmo pagato (è solo un esempio) con quei caccia militari, gli F35, quella spada sguainata di Marte che ha tolto soldi a sanità, scuola, ricerca, arte, ambiente e a tutte le cose che ci fanno stare bene?
Meglio chiederci perché: perché pagare dei giocattoli di lusso (speriamo che muoiano di ruggine) il cui volo costa 40.000 euro all’ora mentre lesiniamo sulle cose necessarie?
Certo, è il pizzo mafioso per un’Alleanza che dice di proteggerci. Ma è anche un vizio da migliaia di anni: difenderci da un nemico inventato che viene da fuori, mentre quello vero è dentro di noi e si diffonde attraverso di noi.

Il virus è un cosino piccolissimo che cerca di usarmi come un taxi per arrivare a nel nonno e farlo ammalare: così si spiega bene, no?  la guerra non c’entra.
Il cosino fin’ora è stato più furbo di noi, quindi dobbiamo conoscerlo e diventare più intelligenti e prudenti.
È solo una questione di conoscenza e di coscienza, quindi il problema non è lui, il problema siamo noi che siamo troppo ignoranti e disorganizzati.

Il nemico è la mentalità militare

Lo so, ci sono dei bravi ragazzi in divisa che in questi giorni stanno facendo la spesa agli altri, aggiustano la luce,  fanno cose cose utili, tra le quali trasportare le bare.
Non sto parlando di loro.

Peccato che qualcuno di essi, messo a controllare le strade, si diverta a dimostrare che sono stati addestrati a non mettere in fila i neuroni: se fanno gli arroganti con uno scrittore, come in questo caso,  lo veniamo a sapere.
L’animo golpista tra le divise alligna, inutile nasconderlo: andategli a dire che si chiamerebbe tradimento, se ne avete coraggio, quando hanno quel fucilone in mano. Quindi vedere i gipponi nelle strade deserte coi soldati armati, in un paese che ha conosciuto stragi, pestaggi e tentativi di golpe… non ci fa pensare a cose belle.
Il problema è che la logica militare non serve alla guerra, serve al controllo. Anche quando c’è la guerra vera, i combattimenti sono un’aggiunta, una scusa per le questioni interne di potere; spesso le guerre si inventano apposta.
Perché quando c’è un’emergenza, tutto è concesso, tutto è legittimato. Tutto tranne quello che vuoi fare tu.

Abbiamo sentito gente brindare ai terremoti perché avrebbero fatto affari: anche se li avevano intercettati (ascoltateli qui) i loro padrini politici sono ancora adesso in giro a far danni. Tra terremoti, alluvioni, incendi, ponti che crollano, epidemie, l’ultima volta che le cose hanno funzionato è stato il terremoto in Friuli del 1976: il commissario governativo non ha urlato “è una guerra”, non ha avocato a sé i pieni poteri: li ha distribuiti ai sindaci dei paesini, che a loro volta li hanno dati a quelli la cui casa era venuta giù. E poi è stato a controllare, dal centro, che le cose funzionassero e che nessuno facesse il furbo. Guardate che bel lavoro hanno fatto. Da allora è passato quasi mezzo secolo, di questi guai ne arrivano un paio al decennio, coi cambi climatici la frequenza aumenterà; fin’ora abbiamo avuto tantissime vittime ed abbiamo pagato una quantità di soldi da far paura: ditemi una sola volta che le cose hanno funzionato. Perché?
Perché la logica di guerra implica uno sforzo di semplificazione, una gerarchia autoritaria verticale: ammesso e non concesso di avere dei capi molto capaci e onesti (è una teoria) perfino loro con quella logica diventerebbero ciechi e sordi alle complessità mutevoli che abbiamo intorno, quindi prenderebbero decisioni sbagliate.
La nostra società è troppo complessa per essere gestita da un singolo individuo, le cose che dobbiamo sapere sono troppe per un solo cervello e, anche, ciascuno di noi è diventato dentro di sé troppo articolato e multiforme per essere coerente senza perdere qualche colpo: ognuno ha bisogno degli altri per pensare.
Proprio il sistema rigido è quello che più provoca deviazioni, parassitismi, piccole anarchie furbe, personalismi. Perché il mondo è sfuggente, la complessità aumenta continuamente, occorre invece avere le antenne lunghe, saper navigare a vista, mettere insieme gli occhi di tutti.
Occorre provare per chi soffre pietà ma anche rispetto e ascolto, perché qualsiasi sentimento di pietà, se non implica ogni sforzo per restituire la dignità, è ipocrita e sentimentalistico. C’è solo un modo: imparare da chi fa esperienza sul campo.
Infine occorre responsabilizzare chi sta sotto nella catena gerarchica: più che ordini che vanno verso il basso servono informazioni che vanno verso l’alto.

Ma provate a spiegarlo a questi che, anche nelle situazioni più disperate e luttuose, pensano a far girare i propri affari, a presidiare le apparizioni in TV, a collocare un po’ di amici politici…
A loro serve urlare “è una guerra”.
A noi no.

Vedi anche questo articolo di  Mimmo Cortese  e questo di Daniele Cassandro