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Le aziende della decrescita sentono la crisi? (2)

Pubblicato il 02/04/09
da Marco

Avevo promesso di raccontare i risultati del questionario che abbiamo fatto alle aziende presenti a Fa La Cosa Giusta. Scusate il ritardo, nel post qui sotto sapete perché ho avuto qualche giorno occupato.
Avevamo pubblicato quasi subito quel paio di dati quantitativi particolarmente interessanti (e svelti da elaborare), che davano alcuni segnali sul perché alcuni sentono molto la crisi e altri non la sentono affatto. Ora  ecco un’analisi più completa che non aggiunge novità ma migliora la percezione e il senso di quei numeri.


Ogni intervista è una storia.

Se sei un artigiano, un artista, un agricoltore… e stai rispondendo alla domanda “la sua azienda sente la crisi?”, in quel momento racconti una storia, sei un romanzo abbastanza avventuroso e non poco sentimentale, perché ci scommetti una vita.
Se sei uno che espone a Fà La Cosa Giusta,  difficilmente hai la paranoia del business fanatico dell’accomumlatore; imprendi per trovare  senso della vita, realizzazione personale delle aspirazioni, piacere… (do you remember? Il piacere di lavorare…) la sicurezza economica come mezzo e non fine…
Ci interessa più l’aspetto narrativo di queste interviste, che quello numerico; non che non ci piaccia la matematica, ma stiamo parlando di numeri bassissimi senza pretese statistiche: cento schede (solo un espositore su cinque) raccolte a dialogo aperto .

La sua azienda sente la crisi?
Come già detto nella versione 1 di questo post, alla domanda “la sua azienda sente la crisi” il 60% dice sì e  il 40% dice no. Spesso vedevamo, in due stand quasi uguali uno accanto all’altro,  un’azienda messa molto male ed una che la crisi neanche la vede, anzi migliora (qualcuno cresce di parecchio).

Ci siamo chiesti cosa provochi tanta differenza; noi un’idea ce la siamo fatta, molto chiara. Comunicazione. Bastava guardare il logo, i cartelloni, le etichette… per non parlare dei siti che abbiamo navigato dal lunedì successivo.
In maniera molto sommaria c’erano tre categorie
1
i bricoleur.

Impaginazioni affollate e poco leggibili, marchi fai-da-te che vanno poco d’accordo con l’occhio e la memoria, testi lunghi e illeggibili che sembrano temi di scuola; loro stessi non leggerebbero il volantino del loro vicino redatto e impaginato con gli stessi criteri; il prodotto può essere meraviglioso, ma se non lo sai raccontare…
2
chi si è affidato ad agenzie commerciali

… e magari ha speso 30.000 euro per farsi mettere la solita foto un bambino tra i girasoli o la solita biondina vestita folk, e sul sito ha la vision, la mission e tutti i luoghi comuni di chi fa finta di comunicare; tra i prefabbricati e le installazioni energetiche si arriva tranquillamente a € 250 - 300.000;  il bambino tra i girasoli e la biondina sono praticamente gli stessi ma la carta è più grammata e patinata e gli sproloqui in corporatese sono tradotti in varie lingue… l’uso stereotipato del mezzo di comunicazione ti impedisce di comunicare.
3
chi comunica con stile:

tra loro bricoleur con un certo gusto e talento, giovanissimi con idee trasgressive e inaspettate, aziende che si rivolgono a professionisti seri per avere uno stile e una coerenza percepibile.

La prima e la seconda categoria sentono la crisi, spesso orrendamente. La terza invece se la passa benone.
Ricordate che l’invidia è un brutto sentimento, meglio imparare e cambiare finchè si è in tempo.
Ci sono pochissime vie di mezzo, anzi molti casi sono agli estremi.
Di eccezioni a questa regola, su un centinaio di casi, ne ho contate solo un paio: due  aziendine che vanno bene anche se comunicano maluccio (ma entrambe hanno un monoprodotto molto singolare e se lo vendessero decentemente andrebbero molto meglio).

Scusate la spocchia
Certo, forse noi comunicatori abbiamo una deformazione professionale e (scusate l’antipatia del ruolo) siamo un po’ criticoni verso i criteri estetici di chi si arrangia da solo col proprio computer per farsi i layout e l’immagine. Umanamente sentiamo molta simpatia per quel bricolage spartano di chi preferisce spendere i propri pochi soldi in qualcosa che sembra più concreto.  Ma alla fiera di Milano era veramente troppo evidente, drammaticamente chiaro: la crisi è drasticamente impietosa con chi non sa comunicare.
Non basta offrire dei buoni prodotti se non sai difendere la qualità del lavoro che fai, mostrandola e dimostrandola.

Con la crisi, aumentare o diminuire la pubblicità?
Più o meno consciamente, lo sappiamo già tutti. Alla domanda “con la crisi, pensi che la tua pubblicità debba aumentare o diminuire”? moltissimi hanno indicato una terza via: migliorarla, razionalizzarla, qualificarla, cambiare canali, pulirla… Bene, la strada da prendere è già nota.

Perché? Prendete due mele.
Il motivo di questo fenomeno, ne siamo convinti, non è estetico.
Anzi, siccome oggi il bello è un mestiere, siamo pieni di esempi in cui il bello non è buono. Altrettanto il buono non sempre è bello, o meglio ha altri criteri di bellezza che non la bellezza stereotipata mainstream.
Prendete una mela biologica saporita e profumata, mettetela accanto a una  mela dopata dell’agrindustria, lucida e turgida.

La mela migliore appare sfigatina, no? Quella insipida appare erotica e voluttuosa, no?
Bene, ora immaginate di essere il pubblicitario che deve promuovere la mela biologica, cosa fareste per ribaltare lo stereotipo?

Cosa ne pensate?

Intervieni per farci sapere la vostra opinione.
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