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Spot e scuola: crescere o imparare?

Pubblicato il 10/06/11
da Marco

In questo momento ci sono tre nostri spot che girano su Radio Popolare;
- quello di dkr.it sull’acqua pubblica
- il mio per il corso di smarketing a Milano, alla Santa Brera
- un terzo per la più famosa associazione di campi vacanza italiana, questo: campi avventura 2011

Di questo terzo voglio parlare con voi: tale associazione ha ricevuto due mail di protesta; io personalmente ne ho avuta una terza; le copincollo:


Se due scrivono, certo venti hanno pensato di scrivere e 200 hanno provato un qualche fastidio.
Giordana scrive:
“Sto sentendo alla radio la pubblicità dei vostri campi avventura in cui affermate che si impara più in una settimana di vacanza che in un anno di scuola. Non vi importerà, ma ritengo queste parole diseducative e offensive per tutti coloro che nella scuola lavorano con impegno in mezzo a mille difficoltà.”
Laura, madre e docente di liceo, aggiunge:
“complimenti davvero…non dubito che nei campi avventura si impari molto, e che sia più figo dormire sotto le stelle che risolvere un’equazione o tradurre Orazio. È utile e opportuno che, in un momento di pervasiva delegittimazione dei contenuti e delle competenze sviluppati durante l’anno scolastico, anche radio popolare sia in prima linea in tale senso. Grazie ancora, da settembre sarà ancora più facile proporre a genitori e alunni i nostri progetti educativi.”

Che due persone intelligenti e reattive sentano “crescere” e ricordino “imparare” è un problema che riguarda la comunicazione umana. Quando ascolti (in audio, senza leggere su carta) quello che ti resta in mente è una ricostruzione approssimativa.
A scuola noi insegnanti lo sappiamo bene. Diciamo un termine che implica una certa complessità e la mente del discente ne ricorda uno di minor spessore, che però più coerente con la sua esperienza lessicale e cognitiva.

Credo che questo c’entri con l’oggetto della discussione: se facciamo un’esperienza multisensoriale  profonda sui piani percettivo ed emozionale, ci capitano (nelle mani, nelle orecchie, nelle narici, sulla pelle, …) dei significati orfani di significante; la sfida cognitiva dovrebbe essere passarli dal cuore alla bocca; dovrebbe essere un processo spontaneo appena da facilitare, che fa evolvere la persona perchè genera spessore umano, empatia, capacità di narrarsi, capacità di ascolto reciproco. Insomma: senso.
I bambini con scarsa esperienza sensopercettiva, privati di esperienze naturali (naturali in tutti i sensi: di viventi in evoluzione tra i viventi in evoluzione), troppo spesso accelerati verso il consumo rapido ed anaffettivo di esperienze stereotipate e prevedibili, hanno meno cose da dire.

Se non fanno esperienze con oggetti concreti faticheranno a manipolare gli oggetti astratti.
Se non svegliano l’intelligenza emotiva, saranno inibite anche le altre forme dell’intelligenza umana.
Se non avranno esperienze di qualità sensoriali da aggettivare, avranno meno cose da dire.
Impareranno meno nell‘anno di scuola nonostante lo sforzo e la dedizione (eroica) dell’insegnante.

Anche l’insegnante, ci scommetto, se cerca nei suoi ricordi e ricorda una settimana di vacanza… (magari a flirtare dietro un’ombrellone, o a rubare le mele, o forse a fare il pirla in motorino che se lo avesse saputo la mamma…). Orazio viene dopo, prima non dice niente, solo dopo assume senso, dum loquimur fugerit invida aetas. E l’equazione non è iniziazione. L’azione matematica, per diventare un gesto, ha bisogno a monte di altri gesti, analogici, chi invece pensa che le incognite della vita siano risolvibili in un numero, corre seri rischi psichici.

E qui ecco un altro tema difficile del processo comunicativo, quello delle collocazioni pregiudiziali: nel senso che stiamo diventando tutti nicchie, e questo è anche un bene, in un mondo massificato.
Il problema non è che apparteniamo tutti a qualche tribù, ma che ogni tribù affronta continuamente terreni ostili. Il primo modo di interpretare le  parole che riguardano il tuo gruppo, si basa sulle ferite che ti stai leccando, che quasi sempre sono ingiuste e immeritate; che tu voglia o no, quella è la prima griglia per decodificare le narrazioni che ti riguardano.

In realtà la frase incriminata è proprio di una maestra, di Monfalcone, anche se la riferiva non a una settimana nei boschi ma a un’oretta di teatro durante la quale, diceva, “i bambini hanno imparato più che un anno di scuola“.
Sì, lei aveva usato proprio il verbo imparare (… hem… almeno così mi ricordo). La frase m’è rimasta impressa da anni, perchè vi assicuro che in un anno con quella maestra lì, davvero speciale, ogni bambino impara davvero un sacco.
E’ noto: se sei ebreo (o gay, o carabiniere, o italiano all’estero… ) probabilmente avrai un ricco repertorio di barzellette, anche pesantissime, con cui ci si sfotte all’interno della “tribù”. Ma guai se qualcun altro, al di fuori di essa, racconta la stessa identica barzelletta: diventa, giustamente, odioso.

La domanda necessaria, rispetto allo spot, dunque è chiedersi: chi ascolta lo spot, è amico o nemico della scuola pubblica?
L’insegnante condannato a fare una scuola con classi sempre più numerose, ad andare in pensione a novant’anni per pareggiare la media con chi ci andava dopo sedici, schiacciato tra il sabotaggio ministeriale e la lobotomia televisiva, a cui genitori mai cresciuti delegano il figlio come a una babysitter, è da anni sempre più arrabbiato.
Quando uno è arrabbiato rischia di morsicare gli alleati. Attenzione che è poco resiliente.

Dire che la scuola ha bisogno di esperienza attiva, che non si può stare da 4 a 24 anni seduto su un banchino, che non c’è cognizione senza passione… significa andar contro la scuola? O invece è reclamare insieme un processo formativo più attivo, elastico, integrato, amorevole, colto, umano, degno…?

E’ il momento di riferire la terza persona che m’ha criticato: mia moglie, insegnante di scuola primaria. Appena è andato in onda lo spot in oggetto, orgoglioso della metafora della ghianda e della quercia, mi aspettavo un complimento; e invece: ma come, proprio tu che eri direttore di “La Ricarica” ti metti ad attaccare noi maestre?

Hai, che male! Voi cosa ne pensate? Non ditemi che probabilmente devo portare mia moglie a dormire sotto le stelle; questa risposta la so già.
Da voi aspetto tutte le altre.

Cosa ne pensate?

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