Al Festival del Cinema di Locarno, anche quest’anno abbiamo realizzato “one frame movie”.
Chi mi conosce sa già che è andata davvero bene e che continueremo i prossimi anni, e anche d’inverno in alcune scuole del Canton Ticino.

Questi i link all’edizione di agosto 2015:

Presentazione della SUPSI, l’università pubblica svizzera che ogni anno promuove, conduce e ospita One Frame Movie
Pardo Live, il giornale del Festival
Pagina Facebook del gruppo di lavoro, con galleries di foto

Continuate a leggere questo articolo se vi interessa la riflessione ideativa, che fu contributo nel Comitato Scientifico che ha sviluppato il progetto.
Per chi non ne sa nulla, ci sono anche i link al progetto 2014 così come poi è stato realizzato.
Buona lettura-

Link

di documentazione al progetto così come è stato realizzato:
Pagina Facebook del corso
Reportage sulla televisione svizzera e interviste
Altri reportage della squadra esterna TV e radio

Altri reportage della squadra esterna TV e radio

Un film in un solo fotogramma

Può esserci una poesia di una sola parola, una composizione d’un solo arpeggio, una pittura fatta con un’unica pennellata…?

Più o meno tutti risponderemmo che in teoria sì ma in pratica no, perchè nella pratica concreta dell’arte qualsiasi testo (filmico, teatrale, pittorico…) trova le proprie coerenze e il proprio senso in una combinazione almeno un po’ più complessa e articolata .

A meno che non si scelga l’unicità del segno come limite: pertanto come una sfida.
Questo spunto di lavoro si propone come sfida ludica e quindi espressiva.

L’onnipotenza impotente

Il vincolo di una limitazione, ci insegnava Bruno Munari, è una delle più potenti molle della creatività.
La ricerca espressiva del ‘900 spesso cercava il limite all’interno di ciascuna arte, nell’essenza del singolo elemento fondante (la materia fisica del suono, il corpo del ballerino, la phoné della parola, la pasta di colore sulla tela…), e in questo si andava all’essenza di ogni arte .

Oggi la sua conversione in zeri e uni è immensamente più potente, ma non conosce l’ostacolo fertile del limite.
Quanti stipendi occorrevano un quarto di secolo fa per comprare fotocamera, videocamera, camera oscura, registratore audio, fax, dittafono, archivi fisici… che abbiamo in tasca incorporati in un etto di circuiti stampati chiamato telefonino?
È tutto così più facile, accessibile, democratico, interscambiabile; tutte queste caratteristiche ( che sarebbe snobistico criticare) sono troppo meravigliose. Rischiamo una doppia indigestione: non solo l’overload di segni ricevuti, ma anche la possibilità cognitivamente indigeribile di generare output: parole, foto, video.
Ciò avviene in un mondo in cui gli oggetti diventano sempre più merci (quindi dematerializzati, facendo dimenticare anche altri limiti: della materia e dell’energia, non solo dell’informazione).

Questo spunto di lavoro si propone come una dieta che comincia dai fornelli: “cucina quello che vuoi ma con un solo ingrediente”.

One word poetry

Possiamo aprire una pagina a caso dal vocabolario e cercare un lemma che sia abbastanza significante per echeggiare in noi un senso abbastanza profondo: quella parola, presa da sola, è poesia?
Oppure possiamo coniare un neologismo, un gioco di parole, un’onomatopea, qualcosa come il famoso “lighght” di Andy Warhol, (che poi era di Aram Saroyan, un poeta minimalista che aveva scritto anche una poesia di una sola lettera, composta da una emme con quattro gambe). http://www.theparisreview.org/blog/2014/05/01/the-most-expensive-word-in-history/

The difference between ‘lighght’ and another type of poem with more words is that it doesn’t have a reading process,” dice Saroyan, “Even a five-word poem has a beginning, middle, and end. A one-word poem doesn’t. You can see it all at once. It’s instant.”

Forse anche un One Frame Movie è qualcosa che ci mette subito in medias res, ma non perchè sospende un istante del flusso di tempo (come farebbe una foto), ma perchè contiene nella propria interezza l’incipit e l’epilogo.

Questo elemento di immediatezza può essere considerato tra le basi del nostro spunto di lavoro? Chiediamocelo per capire come sorgeranno le storie.

Per essere minimalisti occorre allontanare lo sfondo

È difficile che una singola parola sia percepita come una poesia, ma diventa facile, perfino banale, in un’impaginazione grafica o espositiva che la risalti staccandola dallo sfondo: ad esempio se apriamo un libro d’arte e troviamo una doppia pagina bianca, con una parola unica scritta con un bel lettering: basta che quella parola sia un po’ significativa o pregnante e “diventa poesia” : apro a caso un dizionario e trovo eufemismo, euristico, Eva, evangelizzare, evasione, evasivo…

Anche una pennellata unica è percepita come un dipinto semplicemente se se ne sta sola nel bianco della tela.
Questo vale anche nella narrazione (e il nostro fotogramma avrà buone probabilità di essere un esercizio di storytelling)

Ogni volta l’inizio è quel momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore è l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare”
Italo Calvino – “Appendice” alle “Lezioni americane”, in Saggi, Mondadori, v. 1, pp. Sgg.

Tra le basi del nostro spunto di lavoro va considerato questo elemento di emersione dallo sfondo-rumore-contesto.

Labili per scelta

Un altro paradosso delle espressioni digitali è la labilità per inflazione.
Teoricamente sono immortali come nessun’opera è mai stata nella storia umana, essendo numeriche ogni replica è un originale, via via che la tecnologia cambia si possono trasferire da un supporto all’altro, quindi in teoria questo mio articolo può sopravvivere mille volte più delle piramidi egizie: esattamente quanto la specie umana. Benché immateriale, composta solo da elettroni che danzano, sembra l’opposto di quell’”arte deperibile” con cui vari artisti tentavano di smarcarsi dai mercanti e dalla staticità dell’accumulo museale, ad esempio componendo immagini con la frutta fresca, disegnando sulle spiagge della bassa marea o con mangime da piccioni sulle piazze.

Quello che ucciderà tutte (o quasi tutte) le creazioni digitale, incluso questo articolo, è l’inconcepibile quantità prodotta da ciascun individuo moltiplicata per l’immensa massa dei novelli emittenti: troppa roba da rivedere (cognitivamente, tecnicamente per la postproduzione, logisticamente per l’archiviazione e la distribuzione… ) e ripensare ( ritrovando un’esperienza nella memoria biologica come nei giacimenti digitali di dimensioni stellari)

Penso a questo spunto di lavoro come agli esercizi di iniziazione alla calligrafia cinese, fatti con un’unico colpo del pennello intinto nell’acqua per cercare la perfezione compositiva, che sta nella concentrazione sul gesto pittorico del polso e delle dita, non nel volatile segno bagnato sull’asciutto.

Non è una foto

Tutti diremmo che il film di un frame solo è un’arte che c’è già: si chiama fotografia, e che l’invenzione dei Lumiére ne fu un’evoluzione, tante singole foto in sequenza per creare l’illusione del movimento.

Tecnicamente ciò sembrerebbe esatto: l’hardware è quello delle foto e, apparentemente; anche il risultato.

Invece no, non nell’uso che proponiamo in questo esercizio di stile.

L’unico suono del Concerto di una nota sola dell’artista Fluxus Giuseppe Chiari ci avrebbe costretto a percepire di quella nota il timbro, l’echeggiare nello spazio, la nostra stessa capacità di ricordarla. Ci avrebbe costretto a riflettere sul senso di essere lì e anche il gran parlarne dopo era in un certo senso previsto in partitura. Per il pubblico, che percorreva chilometri e pagava il biglietto per sentire un unica nota, essa (quand’anche fosse stata tecnicamente identica) non era da confondersi né con il frammentino delle tante note di una partitura ordinaria, né con la nota emessa per caso da un orchestrale durante un silenzio.
Sostanzialmente perché Chiari dichiarava che quello era un concerto, quindi determinava un diverso statuto dell’evento e delle relazioni col pubblico. Questo modificava il significato di quel suono.

Quindi il film di un solo fotogramma non è una foto principalmente perché noi lo dichiariamo.

Marco Geronimi Stoll 2014